Telelavoro? No grazie (in Italia)

In questo periodo in cui la crisi economica si aggiunge al caro carburanti e all’annoso problema dell’inquinamento globale, diventa ancora più di attualità il tema del telelavoro (lavorare da casa), che permetterebbe alle aziende di risparmiare, agli utenti di stressarsi meno e rendere di più, e all’ambiente di essere meno inquinato, oltre che avere ripercussioni positive sul traffico, sui rapporti familiari, ecc.

Proprio nei giorni scorsi Wired ha pubblicato un bell’articolo sull’argomento – che ho già condiviso nei miei articoli consigliati – ripreso poi anche da Lifehacker, il quale a sua volta riporta i risultati di uno studio effettuato da ricercatori della Penn State University.

Last year, researchers from Penn State analyzed 46 studies of telecommuting conducted over two decades and covering almost 13,000 employees. Their sweeping inquiry concluded that working from home has “favorable effects on perceived autonomy, work-family conflict, job satisfaction, performance, turnover intent, and stress.” The only demonstrable drawback is a slight fraying of the relationships between telecommuters and their colleagues back at headquarters — largely because of jealousy on the part of the latter group. That’s the first problem you solve when you kill your office.

In Italia però, dove la percentuale dei telelavoratori è ben lontana da quella americana (~30%), ed è addirittura al penultimo posto in Europa, nessuno ne parla. Come mai?

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